Fino al Piccolo Zebrù

Dalle pagine scritte di Michele


“Parto a piedi da casa con la piccozza attaccata allo zaino.

Seguo l’Adda controcorrente e sembro un turista che ha sbagliato meta.

E avanti fino all’Orto Botanico, lungo la Pedemontana fino alla Casina Bassa e ad Ortagio.

E poi a  Solaz, che è un posto d’incanto. Attraverso boschi di larice e mugo mi ripulisco ad ogni passo.

Lascio che il bosco faccia il suo effetto, mettendo un filtro tra le strade, le macchine, la fretta e l’impazienza.

I prati di Solaz sembrano usciti da un sogno ed il panorama va dal Gran Zebrù alla Cima Piazzi.

La felicità non è altrove.

 

Lungo il sentiero che corre sopra la Val Zebrù un gruppo di capre mi aspetta e scappa. Giochiamo ad inseguirci finché la più curiosa s’avvicina per vedere se sono commestibile.

Quando arrivo a Campo comincio a sentire la stanchezza.

Tiro dritto e a metà della salita che porta al V Alpini, vacillo e m’allungo sull’ultimo spiazzo d’erba, tra le stelle alpine, prima del grigio, delle rocce e della neve.

Dormo pesante ed al risveglio proseguo con Michele, il gestore del V Alpini.

 

Credit to Michele Bariselli www.rifugioquintoalpini.it
Credit to Michele Bariselli http://www.rifugioquintoalpini.it

 

Lo aiuto a caricare la motocarriola, domani il rifugio è pieno e ci vogliono provviste.

La motocarriola si rivela essere lo strumento più utile per il trasporto viveri, l’elicottero costa troppo ed il mulo non vuole saperne di salire fin lassù.

Vicini alla meta la neve impedisce ai cingoli di proseguire.

Faccio del mio meglio portando con me una scatola nello zaino ma lui, lui si carica in un modo da non crederci, con un peso che farebbe impallidire un culturista.

E intanto sorride e ti chiede come va la vita. Sale e scende dai ghiaioni che separano la strada dal rifugio con carichi inauditi. Però per le vacanze preferisce il mare.

 

In quattro arrivano dal Passo Zebrù e marciano che sembrano di corsa. Sono i miei compari.

La pioggia di notte balla sul tetto. E la quota porta sonno leggero.

Al crepuscolo siamo sul ghiacciaio, Matteo ci guida con passo calmo, Luca porta uno zaino pesante, Stefano ha i polmoni d’acciaio e Roberto è così contento che a volte canta.

Fino al bivacco Città di Cantù camminiamo lungo pendii innevati e guardiamo la luce del mattino prendersi le montagne. Siamo tra due giganti, l’Ortles ed il monte Zebrù.

L’ultimo tratto sotto la cima è ripido, la neve è in buone condizioni e saliamo dritti sotto un cielo perfetto. La punta Thurwieser sta come un dito puntato verso l’alto.

Sulla vetta la vista del Gran Zebrù è la cosa più bella del mondo.

Quella cresta sinuosa con le nuvole che sfiorano la cima.

La felicità non è altrove.

Credit to Michele Bariselli http://www.rifugioquintoalpini.it

 

Ci tocca ritornare sui nostri passi. Matteo dà indicazioni importanti al momento giusto, scendiamo dalla cima ed uno alla volta saltiamo il crepaccio terminale.

La discesa fila liscia fino al rifugio.

Non pensavo avessimo fatto tanta strada.

Rientrando, stonati dal sole e dalla montagna, i nostri animi s’allentano e le risate abbondano.

 

Ora, da casa riesco a vedere la vetta del monte Zebrù e so che da qui ci sono arrivato a piedi. Non è poi questa grande impresa, lo so.

Resta però il ricordo ed il piacere della sua storia. E tornano in mente le parole del grande Diemberger:

 

“..viene anche il momento in cui hai voglia di fermarti, guardare e lasciar correre i tuoi pensieri. 
Capisci che nel salire una montagna non conta tanto il superare la difficoltà, quanto ciò che tu senti e pensi nel farlo.
E poi provare il desiderio di startene tranquillo a ripercorrere le tue vie con la mente e lasciare che l’anima le segua.”[1]

 

 

[1]K. Diemberger Il Settimo Senso p.68 Alpine Studio

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